L’origine della fame

Sono le 9.30 di sera. Dopo una lunga giornata di lavoro, dopo aver portato i bambini in piscina, aver fatto spesa, sistemato casa ed essere andata in palestra, Sara si ritrova finalmente sul divano. La cena è già stata consumata, e la cucina già riassettata (sicuramente ad opera del suo compagno). Nella comodità del proprio salotto, sul divano tra lei e lui ecco che arriva puntuale e insistente come ogni sera un ospite a rovinare il meritato riposo: la fame nervosa. Quel genere di stimolo che sì, non è derivato da effettivi bisogni organici, ma che tendenzialmente è molto più potente delle sensazioni d’appetito che possiamo provare durante l’arco della giornata.

Molti pazienti, infatti, nella pratica quotidiana della mia professione, riferiscono i più disparati motivi che li spingono a cercare cibo a seguito dell’aver riscontrato, su loro stessi, una reale e tangibile sensazione di fame, una concreta richiesta da parte del nostro corpo al nutrirsi.
Ma cos’è la fame? Da dove origina, in che modo si inserisce all’interno della nostra fisiologia e sotto quali forme si presenta?

Innanzi tutto definiamo una distinzione fondamentale, che risulta chiara in lingua italiana: fame e appetito sono due concetti ben distinti con significati biologici differenti (in altri linguaggi tradizionalmente meno ancorati all’arte del mangiare com’è il Popolo dello Stivale, la distinzione non è così immediata).

Con “fame” si intende la sensazione di bisogno del cibo che origina in maniera indipendente dalla nostra volontà, rispondendo ad uno stimolo fisiologico; con “’appetito” invece un impulso a nutrirsi per soddisfare un piacere o uno stato emotivo.

Risulta dunque netta la distinzione tra due sensazioni che sembrano sinonimi, ma che in realtà originano e provocano notevoli differenze. Da una parte c’è uno stimolo organico, dovuto a variazioni fisiche di nutrienti, dall’altra uno stimolo psicologico di varia natura, che può comparire anche in assenza di fame e che è specifico per ognuno di noi verso determinate categorie alimentari. Nell’accezione comune quindi, la parola “fame” viene spesso associata erroneamente a quelle condizioni in cui si mangia per particolari stati emotivi (vedi la fame nervosa), anche se propriamente si dovrebbe parlare di “appetito nervoso”.

Mettendo da parte in prima istanza gli aspetti psicologici e dunque l’appetito, facciamo un rapido excursus sulla parte tecnica della fame, senza entrare troppo nel dettaglio, rischiando di diventare superficiali ma per consentire a tutti di capire di cosa si stia parlando.

La fame è la risultante tra l’interazione di numerose famiglie di fattori bioumorali (neurotrasmettitori, ormoni, citochine, adipochine, neuropeptidi) che, sulla base della reperibilità ematica di determinati nutrienti, si relazionano in quantità variabile con alcune zone specifiche di organi bersaglio (ipotalamo, fegato, stomaco, intestino, pancreas, tessuto adiposo).
Interagendo tra loro arrivano a determinare se il bilancio energetico del nostro organismo sia attualmente in deficit o in eccesso, per determinare delle reazioni di compensazione da parte del nostro organismo e del nostro comportamento. Nel primo caso, essendoci la necessità per il nostro corpo di dover sopperire a scorte consumate, partirà uno stimolo oressigeno che indurrà la nostra ricerca di cibo. Nel secondo caso, avendo ricevuto un eccesso di calorie magari a fronte di una grossa abbuffata, si innescheranno una serie di meccanismi la cui funzione è quella di accumulare riserve energetiche proprio da quell’eccesso nei consumi. Scorte di energia principalmente sotto forma di glicogeno o di lipidi contenuti negli adipociti, che noi chiamiamo con il nome di “pancetta” oppure “fianchi morbidi”.

I fattori bioumorali coinvolti sono tantissimi, con funzioni disparate e differenti cicli vitali (per citare alcuni nomi che potresti aver sentito: leptina, ghrelina, adiponectina, resistina, insulina, serotonina, CKK, GLP -1, NPY, PYY, BAFF, PAG, GH…), che tendono ad influenzarsi a vicenda e che posso agire sulla fame sia in maniera principale che secondariamente, sia a breve termine che a lungo periodo.

Ciò che forse non sai è che i principali e più potenti mediatori oressigeni della regolazione della fame sopra citati sono perennemente espressi ed in continua funzione.

Cosa significa? Che in condizioni normali, il nostro corpo è sotto l’effetto di alcune molecole (NPY e ghrelina sopra a tutti) che mantengono sempre “accesa” la spia della fame nel nostro quadro di comandi centrale, in modo da spingerci ad una continua ricerca di cibo. Una volta soddisfatto il bisogno, i mediatori anoressigeni lo “nascondono” (coprendo con la mano la spia accesa, per tornare all’esempio di prima) fino al momento in cui non vi sarà di nuovo una necessità calorico-energetica.

Non è quindi la fame a comparire quando serve nutrirsi, quanto piuttosto essa viene nascosta da efficienti sistemi endocrini nei momenti successivi ai pasti, a rifornimenti effettuati.

La ragione che si nasconde dietro a questa condizione risale all’origine della nostra specie.
I centri della fame risiedono infatti nelle zone più antiche del nostro cervello, all’interno dell’ipotalamo (una struttura presente in tutti gli animali vertebrati, non solo nell’uomo).
Questi distretti sono discesi, nel corso della storia, dai nostri antenati ominidi fino a noi, e tra tutti gli ominidi che hanno vissuto e si sono riprodotti, quelli che hanno mostrato uno stimolo alla ricerca di cibo superiore rispetto ai propri simili sono quelli che hanno potuto sopravvivere meglio rispetto a chi non lo presentava, potendo trasmettere questa caratteristica alle generazioni successive.

L’evoluzione non ci ha forgiato per vivere in un paese del Terzo millennio, ma per sopravvivere e riprodurci in comunità di cacciatori e raccoglitori nella savana, dove lo stimolo alla fame è necessario per vincere la paura del leone che potrebbe mangiarci a sua volta nella lotta alla ricerca del cibo.

Tutto questo cosa ci deve far capire? Che oggigiorno le nostre dispense sono piene ma il nostro cervello istintivo non lo sa, lasciandoci immutata quella sensazione di ricerca che origina dagli strati più profondi della nostra psiche, a prescindere dalla facilità con cui possiamo ottenere un pasto.

In quest’ottica, si inserisce l’appetito, ovvero quella ricerca di cibo per le motivazioni più disparate. Ci ritroviamo infatti a mangiare per noia o per rabbia. A volte siamo stressati e ci sfoghiamo sull’alimento più gratificante a disposizione, altre volte siamo depressi dopo una separazione e cerchiamo l’iconografico gelato al cioccolato. Possiamo mangiare anche per ansia, per solitudine, oppure per stanchezza emotiva a fine giornata, ricercando un momento di appagamento edonistico (l’esempio di Sara calza a pennello). Queste motivazioni rischiano di instaurare una relazione molto forte, associando l’emozione negativa col piacere fisico del pasteggiare, con tendenze incrementali. Sono pervaso da emozioni negative (inconsce o meno), e mangio per stare meglio? Associo il piacere del cibo all’emozione negativa, dandole dei toni più morbidi. Ogni volta che sentirò nuovamente quella sensazione, il ritorno alla stessa soluzione sarà sempre più immediata, sempre secondo la parte primitiva del nostro comportamento. Se una cosa ha funzionato la prima volta, funzionerà anche la seconda.

Parlando dunque di “appetito nervoso”, le motivazioni sono psicologiche-comportamentali e non organiche, come nel caso della fame sopra trattata. L’anatomia però giunge nuovamente in nostro soccorso per spiegarci questo binomio potentissimo. L’ipotalamo infatti, che abbiamo imparato essere sede dei centri della fame, fa parte di un articolato sistema cerebrale denominato Sistema Limbico. Questi è il responsabile dell’umore, del senso di autocoscienza e delle emozioni, attraverso i livelli endogeni di molti neurotrasmettitori o altri fattori bioumorali in generale. Molti di questi sono, per caso o per virtù, gli stessi responsabili coinvolti anche nella risposta della fame.
Vista la vicinanza anatomica e l’enorme grado di compartecipazione in molteplici meccanismi regolatori, ecco come le nostre emozioni siano profondamente associate con lo stimolo della ricerca di cibo.

Questa interconnessione si traduce anche nella esperienza comune di come molti cibi siano per noi associati ad emozioni o ricordi particolari. Può bastare un profumo o la vista di un determinato piatto a trasmettere un ricordo felice scatenante una serie di emozioni positive; mentre solo il pensiero di un cibo legato a un ricordo spiacevole può provocare repulsione o sensazioni di nausea.

Per concludere, cosa deve rimanerci di rapido da ricordare? Che fame e appetito sono due sensazioni differenti. Ognuno di noi deve imparare ad ascoltarsi e a rispettare il proprio corpo, sapendo quando ci viene richiesto di mangiare per effettivi bisogni organici oppure quando è la nostra psiche a chiederci di farlo. In questo caso, dirsi sempre di no è sbagliato: un po’ di cioccolata non ha mai fatto male, anzi ci aiuta a ritrovare il buonumore, ma attenzione a non esagerare!
Ignorando i nostri effettivi bisogni e incanalando le nostre emozioni negative sul cibo, non solo ci creeremo un problema al girovita ma andremo ad enfatizzare, con molte probabilità, il disagio psicologico già presente.

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